La saggezza della felicità: allenare il cervello, coltivare il cuore

E qualche idea su come farlo

Siamo uscite dalla sala in cui si proiettava La saggezza della felicità, il documentario dedicato ai 90 anni del Dalai Lama, e mai ci era sembrato più chiaro: essere felici non avviene perché abbiamo estratto un numero fortunato alla lotteria della natura, e non è il risultato di circostanze favorevoli. È un’abitudine della mente, una pratica quotidiana.

E, nel parlarne, anche i nostri anni di lavoro “in intimità” con la mente grazie alla meditazione si sono arricchiti di nuove prospettive.

Curiosamente, la parola felicità non è così usata quando parliamo di mindfulness. Nei percorsi basati sulla consapevolezza si usano più spesso espressioni come benesseregestione dello stressequilibrio mentale. Termini chiari, comprensibili, che hanno la loro rispettabilità anche perché parlano di funzionamenti, di stati utili della mente.

Ma perché invece tutto questo pudore nel nominare la felicità? Sembra forse meno essenziale alla nostra condizione umana? Perché non riconoscere che sì, anche questo stato della mente e del cuore può essere coltivato, e persino legittimamente desiderato?

La felicità come pratica: Buddha, Hanson e le neuroscienze

E in mezzo a questi pensieri mi son tornati in mente alcuni testi di Rick Hanson letti qualche tempo fa. In Buddha’s Brain (2009), e ancora più esplicitamente in Hardwiring Happiness (2013), Hanson colloca in una cornice neuroscientifica l’insegnamento del Buddhacoltivare consapevolezza, e portare consapevolezza anche alle abitudini della nostra mente, agisce sulla struttura del nostro cervello (ri) modellandolo, letteralmente.

Benessere, equilibrio emotivo, resilienza, e anche felicità, non sono qualità innate, sono competenze allenabili, come un muscolo che si sviluppa con l’esercizio costante. Un gran lavoro, ma sembra ne valga la pena:

“È difficile da educare la mente attiva, capricciosa e vagabonda:
padroneggiarla è essenziale, perché porta gioia e benessere.”

(Dhammapada 35, Ubiliber)

Controcorrente: perché la felicità non viene spontanea

Chi vi si dedica da un po’ sa che il lavoro della consapevolezza è un lavoro “contro corrente”.

Certo, perché viviamo in un ambiente che sollecita distrazione ed espone a stimolazioni continue. Ma non è solo questo: noi umani non siamo biologicamente progettati per essere spontaneamente felici.

Il nostro cervello, per ragioni evolutive, è programmato proteggerci da minacce e pericoli, non per renderci felici. Funziona sulla base di un negativity bias: ciò che è minaccioso cattura subito la nostra attenzione, ciò che è positivo scivola via. Hanson riassume il concetto in questo modo: “Abbiamo il velcro per il negativo e il teflon per il positivo.”

Da esperienze piacevoli a risorse interiori: la pratica della neuroplasticità positiva

La buona notizia è che, grazie alla plasticità neurale, questo negativity bias può essere bilanciato.

In Hardwiring Happiness Hanson propone un metodo per trasformare le esperienze positive in risorse interiori stabili. È il passaggio dalla positività transitoria (momenti dei quali dobbiamo innanzi tutto accorgerci) alla resilienza incorporata.

Il processo: HEAL – Have, Enrich, Absorb, Link – dove ogni lettera ci guida a riconoscere un momento piacevole, renderlo vivo nella consapevolezza, lasciarlo assorbire dalla mente e dal corpo e, se necessario, utilizzare questa positività per bilanciare l’inclinazione verso il negativo.

E qui ricordiamo uno dei primi “compiti” assegnati nel programma Mindfulness Based Stress Reduction: annotare ogni giorno una cosa positiva. Anche una sola. Anche piccola. Qualcosa che ci ha dato piacere. Prendersi un momento per sentire come si è depositata nel corpo, quali pensieri ha generato, quali emozioni ha mosso, e come ancora risuona ora, nel rievocarla. È anche questo un modo per dire, con Kurt Vonnegut, “Quando siete felici, fateci caso.”

Edel tutto in linea con Hanson, tra le riflessioni che emergono più spesso nel gruppo è che che non siamo riusciti in una intera giornata a fermarci, a notare qualcosa che ci ha fatto stare bene. Troviamo molto più semplice notare e ricordare cosa invece è andato storto.

Non pensiero positivo, ma neuroplasticità positiva

Tutto questo non ha nulla a che vedere con l’ottimismo ingenuo o il pensiero positivo.
Non si tratta di mettere “una bella cornice” attorno alle difficoltà, o ignorarle. Si tratta piuttosto di un processo neuropsicologico e contemplativo: permettere alla mente di assorbire, integrare e consolidare le esperienze positive già presenti. Quando questo accade, un breve momento di pace può diventare un tratto di calma; un gesto di gentilezza può trasformarsi in una disposizione compassionevole; un piccolo successo diventa autostima reale; una percezione di sostegno diventa fiducia di base.

Il lavoro non è sull’emozione in sé. È sui circuiti neurali che la rendono possibile.

E qui ritroviamo tre qualità centrali della psicologia buddhista: samādhi (calma mentale), sati (consapevolezza), paññā (saggezza): una vera infrastruttura neurale ed etica della felicità.

Ancora dal Dhammapada:

“Tutto ciò che siamo è generato dalla mente.
È la mente che traccia la strada.
Come l’ombra ci segue sempre,
così ci segue il benessere quando parliamo o agiamo con purezza di mente.”

(Dhammapada 2)

Allenare la felicità: un percorso concreto

Se desiderate essere accompagnati in questo lavoro “contro corrente” avete a disposizione un percorso di 8 settimane: per verificare le prossime edizioni in partenza guarda qui:

https://mindthegapmilano.com/corso/mindfulness-based-stress-reduction/i